Disoccupazione NASpI, la Cassazione spiega perché si potrebbe perdere l'indennità di disoccupazione: nuova sentenza

Disoccupazione NASpI, la Cassazione spiega perché si potrebbe perdere l'indennità di disoccupazione: nuova sentenza

La Corte di Cassazione, con la sentenza 6988/2026, indica con precisione quando si perde il diritto alla NASpI, mettendo un punto fermo su una questione che negli ultimi anni ha alimentato non pochi dubbi.

Disoccupazione NASpI: il fatto

Tutto nasce da un piano di riorganizzazione aziendale. L’azienda avvia una riduzione del personale e propone ai dipendenti un’uscita incentivata. Tra questi c’è una lavoratrice che decide di aderire. L’accordo viene formalizzato in sede sindacale, quindi in una cosiddetta “sede protetta”, e prevede la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro accompagnata da un incentivo economico all’esodo e dalla rinuncia a eventuali contenziosi futuri.

Sulla carta è un’operazione diffusa e apparentemente sicura. Non c’è un licenziamento, ma una separazione concordata tra le parti. Dopo la cessazione del rapporto, la lavoratrice presenta domanda e ottiene la NASpI, iniziando a percepire regolarmente l’indennità di disoccupazione.

Dopo alcuni mesi, però, arriva la doccia fredda: a seguito di verifiche, l’INPS cambia posizione e contesta il diritto alla prestazione. Secondo l’Istituto manca un requisito fondamentale, quello della disoccupazione involontaria. Il rapporto di lavoro, infatti, si è concluso con una risoluzione consensuale e non con un licenziamento. Per questo motivo l’Istituto Nazionale di Previdenza chiede la restituzione delle somme già erogate.

La lavoratrice decide di fare ricorso e nei primi due gradi di giudizio ottiene ragione. Prima il Tribunale di Bologna e poi la Corte d’Appello riconoscono che la situazione concreta può essere assimilata a un licenziamento, valorizzando il contesto in cui è maturata la cessazione del rapporto. I giudici ritengono infatti che la riorganizzazione aziendale e il piano di esuberi rendano la scelta della lavoratrice non del tutto libera, ma comunque riconducibile a una decisione datoriale.

Questa interpretazione non regge davanti alla Cassazione. Con la sentenza 6988/2026 la Suprema Corte accoglie il ricorso dell’INPS e ribalta completamente l’esito del giudizio.

Quando la NASpI può essere versata e perché la risoluzione consensuale è un’eccezione

La decisione della Suprema Corte parte da un punto fondamentale: l’indennità di disoccupazione NASpI spetta soltanto nei casi di disoccupazione involontaria. È un principio fissato dall’art. 3 del d. lgs. n. 22/2015 in tema di ammortizzatori sociali, che prevede alcune ipotesi specifiche in cui è riconosciuta la NASpI:

  • il licenziamento (per qualsiasi motivo);
  • le dimissioni per giusta causa;
  • la risoluzione consensuale ma esclusivamente se con una specifica procedura (art. 7 legge n. 604/1966).

Fuori da questi casi pratici, la prestazione economica non spetta. Nel caso in oggetto, mancava un elemento chiave come il licenziamento. In particolare, la Corte di Cassazione ha sottolineato che:

  • non c’era stata alcuna comunicazione preventiva di licenziamento;
  • le parti avevano deciso insieme di chiudere il rapporto;
  • l’accordo sindacale parlava esplicitamente di volontà condivisa.

In sintesi, il rapporto si è concluso per scelta comune e non per iniziativa unilaterale dell’azienda. Tanto basta a escludere la NASpI.

Importante per i lavoratori quindi, prima di firmare un accordo di uscita, devono porre attenzione a questi aspetti:

  • la risoluzione consensuale può far perdere la NASpI;
  • l’incentivo economico non sostituisce il sussidio;
  • conta la forma giuridica della cessazione, non solo il contesto.

In pratica, l’indennità non spetta quando l’azienda mira alla riduzione di personale per ragioni economiche e anche se l’accordo transattivo matura durante una riorganizzazione aziendale.

 

©️Photo Credit: Garun .Prdt

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