Trattamento minimo

Trattamento minimo: si ha diritto all’integrazione al trattamento minimo quando i contributi del pensionato gli danno diritto ad un importo pensionistico inferiore al minimo stabilito per legge.

La legge prevede che le pensioni più basse siano soggette a un’integrazione per essere in linea con il trattamento minimo. Il relativo importo per il 2018 è pari a 507,42 euro al mese e 6.596,46 euro all’anno. La somma è data dalla differenza tra tale importo e la pensione maturata in base ai contributi versati. Il pensionato non ha diritto all’integrazione (o può percepirla solo in parte) se il reddito personale o familiare supera determinate soglie-limite, che è possibile consultare nel dettaglio nell’allegato. Le situazioni che possono verificarsi sono individuabili in tre filoni:
  • Pensione con decorrenza fino al 31.12.1993: si prende in considerazione soltanto il reddito personale del pensionato, che non deve superare un importo massimo, che per il 2018 è pari a 13.192,92 euro.
  • Pensione con decorrenza compresa nel 1994: si tiene conto anche del reddito del coniuge, insieme al quale l’importo massimo della coppia non deve andare oltre i 26.124,28 euro;
  • Pensione con decorrenza dal 1995 in poi: conteggiando anche il reddito del coniuge, la somma totale non deve superare il tetto massimo, stabilito nel 2018 in 19.789,71 euro.
Nell’allegato è possibile prendere visione delle ipotesi specifiche. Se ne consiglia la consultazione per uno studio più approfondito dei servizi. L’integrazione al TM può essere totale o parziale. Quando il reddito personale del pensionato rientra nella soglia limite, essa sarà sicuramente totale. Invece, se si colloca tra tale soglia e il tetto massimo, bisogna procedere al calcolo dell’integrazione teorica annua. Essa sarà data dalla differenza tra l’importo annuo del TM e quello della pensione a calcolo, cioè calcolata sulla base dei contributi effettivamente versati. Inoltre, bisogna calcolare anche l’integrazione massima annua che è possibile attribuire. Una volta in possesso dei rispettivi importi, è possibile procedere al calcolo dell’integrazione massima annua spettante al titolare della pensione. Per il metodo di calcolo specifico, si consiglia la consultazione dell’allegato e delle tabelle correlate.

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L’integrazione al TM è riconosciuta una sola volta. Ciò comporta che se il pensionato è titolare di due o più pensioni e le relative somme che gli spettano sono inferiori al trattamento minimo, si procederà all’integrazione di una delle due.

È sempre necessaria la sussistenza di determinati requisiti di tipo reddituale. Per quanto riguarda le modalità di attribuzione, si fa riferimento ai criteri previsti dalla deliberazione INPS 41/1984. Per prenderne visione, si consiglia di consultare l’allegato.

Una regolamentazione parzialmente diversa è quella prevista per le situazioni di bititolarità che si verificano a partire dal 14 giugno 2000, in base alla deliberazione del CdA INPS. Di seguito tre ipotesi-chiave, maggiormente dettagliate in allegato in merito all’individuazione della pensione da integrare:

  1. Concorso di due o più pensioni a carico di gestioni diverse.
  2. Pensione diretta e ai superstiti a carico della stessa gestione.
  3. Concorso di due pensioni a carico della stessa gestione.

Lo spartiacque tra le modalità di regolazione e di attribuzione è dato dal 14 giugno del 2000. Ciò vuol dire che le situazioni di plurititolarità si distinguono in due filoni, a seconda che fossero già esistenti prima del 14.06.2000 o siano nate in seguito a tale data.

È consentito dalla legge il trasferimento del trattamento minimo. Tale iter prende avvio su richiesta dell’interessato. In tal caso sarà sempre necessario valutare quanto il passaggio sia conveniente e non penalizzi la situazione complessiva del titolare della pensione.

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Rispetto alle pensioni nel loro complesso, l’assegno ordinario di invalidità segue una disciplina difforme in termini di integrazione al TM, stabilita dalla legge 222/1984.

Gli elementi in cui si sostanziano le differenze riguardano:

  1. I casi in cui il pensionato non ha diritto all’integrazione;
  2. Le categorie di redditi da prendere in considerazione per determinare l’ammontare reddituale annuo;
  3. L’importo massimo dell’assegno integrato, che non può superare quello del trattamento minimo.

NB: Per l’assegno di invalidità non opera la cristallizzazione (approfondita nella Tab successiva) né la parziale integrazione al trattamento minimo.

I redditi che rientrano nel computo sono quelli soggetti ad IRPEF. Al contrario,quelli esclusi sono il reddito dell’abitazione e l’importo a calcolo dell’assegno da integrare (tale esclusione è in vigore dal 1995).

CRISTALLIZZAZIONE

La legge 638 del 1983 (articolo 6, comma 7) prescrive che se il reddito che esclude o limita l’integrazione sopraggiunge dopo la data di decorrenza della pensione integrata al TM, l’integrazione rimane della misura determinata alla data di cessazione del diritto a beneficiare dell’integrazione. (?)

Nell’allegato sono prese in considerazione i casi di bititolarità e i casi particolari di applicazione dell’art. 6 in questione, coi relativi esempi. Se ne consiglia la consultazione per una panoramica chiara e dettagliata delle situazione che possono venire in essere.

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Pensioni contributive

Il regime previsto per l’integrazione al trattamento minimo non si applica alle pensioni che vengono liquidate seguendo le regole del nuovo sistema contributivo. Ad ogni modo, i titolari di pensione sessantacinquenni possono beneficiare di una quota che integra l’assegno sociale, stabilita nella misura massima di un terzo dell’importo dell’assegno.

Pensioni supplementari

I titolari di pensioni supplementari non possono beneficiare dell’integrazione al trattamento minimo. In particolare, esse sono destinate a coloro che fanno parte di altra gestione, presso la quale hanno versato i contributi, ma non raggiungono il requisito contributivo richiesto. (?)

Pensioni in regime internazionale

Nell’ipotesi in cui un pensionato – che sia già titolare di un pro-rata oggetto di integrazione al trattamento minimo – diventi anche titolare di una pensione a carico di un’istituzione estera, gli è riconosciuto il diritto di beneficiare di una quota di integrazione al ™. La condizione è che le due pensioni insieme non superino l’importo.

Per quanto riguarda l’ammontare mensile minimo e massimo, si consiglia la consultazione dell’allegato, che indica anche i requisiti contributivi e l’ambito di applicazione della disciplina contenuta nella Legge 335 del 1995.

Il diritto alla pensione si raggiunge anche col cumulo dei contributi esteri, il quale attribuisce anche il diritto all’integrazione al trattamento minimo, purché vengano rispettati i requisiti richiesti dalle norme (specificati in allegato).

Rientrano nel computo anche i contributi figurativi e quelli da riscatto.

Sono previsti alcuni casi in cui il requisiti contributivo non è richiesto per i pensionati residenti in Italia. È possibile consultare l’allegato per il dettaglio delle varie ipotesi.

Infine,vige il principio di inesportabilità delle prestazioni non contributive, per il quale i titolari di pensione che hanno eletto residenza in uno Stato membro dell’UE, o aderente all’Accordo SEE o in Svizzera, non hanno diritto all’integrazione.

Infatti, il regolamento CE 883/2004, all’articolo 70, inserisce l’integrazione tra le prestazioni speciali in denaro di carattere non contributivo. Va precisato che l’erogazione di tali prestazioni è a carico dello Stato di residenza. Di conseguenza, l’integrazione al trattamento minimo è riconosciuta soltanto al pensionato residenti in Italia, previa sussistenza dei requisiti previsti dalla legge.

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