Quota 100: ultima chiamata

La misura che permette di andare in pensione a 62 anni e con 38 di contributi – introdotta a gennaio 2019 – non ha riscosso molto successo, ma gli interessati possono ancora presentare domanda

a cura di Luca Giustinelli

 

Sembra davvero una vita fa: alcuni ministri annunciavano dal balcone che la povertà era stata sconfitta, la pandemia era ancora solo nella fervida fantasia degli sceneggiatori dei “virus movies”, le persone passeggiavano liberamente, le mascherine erano riservate a figure professionali specifiche, “smart working”, “DaD” e “videocall” erano ancora termini di un gergo per iniziati; ma soprattutto, non avevamo continuamente negli occhi gli ospedali, le terapie intensive, i bollettini quotidiani sui malati.

Sembra proprio una vita fa. E invece era solo l’inizio del 2019 quando vedeva la luce la tanto attesa “Quota 100” che vive oggi, probabilmente, gli ultimi mesi di un’esistenza più breve di quanto da alcuni previsto.
Questa misura – introdotta in via sperimentale per il triennio 2019/2021 – consente a chi abbia maturato 38 anni di contribuzione e 62 anni di età (quindi, tecnicamente, non una “quota” propriamente detta, perché entrambi i requisiti devono essere distintamente soddisfatti) di poter accedere al pensionamento con notevole anticipo rispetto sia alla pensione di vecchiaia sia alla pensione anticipata ordinaria.

Pur avendo suscitato molte speranze, tuttavia, la nuova pensione non ha dato i risultati sperati e pertanto verrà lasciata morire, per quanto è dato sapere, alla sua naturale scadenza; il suo rifinanziamento non pare infatti all’ordine del giorno.
Oggi, in effetti, occorre rilanciare interi settori produttivi (come il commercio, il turismo, la ristorazione, lo spettacolo) messi in ginocchio dalle chiusure emergenziali; oggi è necessario far fronte alle conseguenze dello sblocco dei licenziamenti; oggi occorre progettare un grande piano di rilancio economico e sociale sfruttando al meglio i fondi europei; oggi è necessario investire sulla scuola e sulla digitalizzazione e ripensare il mondo del lavoro e il sistema dei trasporti; oggi servono progettualità che guardino al futuro dei giovani, dei bambini…

Oggi, dunque, altre – non il rifinanziamento di “Quota 100” – sono le priorità in tema di previdenza, assistenza e lavoro su cui investire risorse per poter rilanciare l’economia nell’era post Covid: servono misure universalistiche di sostegno alle famiglie (va in questa direzione il neonato “Assegno Unico per i figli”), una radicale riforma degli ammortizzatori sociali che si spera coinvolga anche i lavoratori autonomi, una decisa spinta sulle politiche attive del lavoro.

Nel tracciare un bilancio di una misura che aveva creato forti aspettative nella fascia di lavoratori appena sessantenni, non si possono tacere i “peccati originali” che ne hanno limitato l’efficacia: ad esempio, l’incumulabilità assoluta con lo svolgimento di attività lavorativa per una fascia di età ancora nel pieno della vita attiva, che ne ha fortemente limitato l’appeal per i lavoratori autonomi, nonché alcune incertezze interpretative mai risolte (tanto che, mentre scriviamo, ancora nessuno ha mai fornito una chiara interpretazione circa la compatibilità tra questa forma di pensionamento e alcuni profili lavorativi non residuali come, ad esempio, i collaboratori di impresa commerciale).
Tuttavia, è proprio nel suo tanto annunciato ruolo di spinta e strumento di ricambio generazionale nel mondo del lavoro l’aspetto su cui “Quota 100” ha davvero fallito.

Certo, la pandemia e le trasformazioni che ne sono derivate, con quel clima di “sospensione” che ha portato in molti settori produttivi oltre che nelle vite di tutti, non consentono di dare un giudizio pienamente oggettivo su questa sperimentazione che sta scivolando verso la sua conclusione: come sarebbe andata, in tempi normali?
I suoi più convinti sostenitori all’epoca ipotizzarono (e, in qualche talk show, garantirono) che ad ogni lavoratore pensionato con “Quota 100”, avrebbe corrisposto l’ingresso di almeno una nuova risorsa nel mondo del lavoro (qualcuno si spingeva a prevedere fino a 3 nuovi assunti per ogni pensionato…).

Il tempo ha dimostrato invece che le cose non sono andate così; anzi, prima della pandemia, “Quota 100” ha provocato, soprattutto nel settore pubblico (settore in cui tale prestazione ha riscosso maggiore successo), l’uscita di un numero considerevole di lavoratori carichi di esperienza, a cui – sia per le dinamiche del mercato del lavoro sia per i vincoli della pubblica amministrazione impossibilitata ad assumere e con il blocco dei concorsi, o per i legittimi vantaggi per le imprese private – non ha corrisposto l’innesto di nuove risorse. Ne è conseguita una carenza di organico che si è venuta a creare in settori strategici come quello della Sanità, di cui di lì a poco avremmo avuto drammaticamente bisogno (e infatti è stato necessario richiamare in servizio, nel 2020, il personale sanitario uscito con “Quota 100” con una norma specifica che – per non penalizzarlo – ha reso eccezionalmente possibile per loro cumulare pensione e lavoro).

Al di là dei casi (che sicuramente si saranno verificati) in cui l’“italica furbizia” avrà consentito di inventarsi forme fantasiose di inquadramento per “aggirare” l’incumulabilità con lo svolgimento di attività lavorativa, “Quota 100” ha comunque consentito ad alcune centinaia di migliaia di lavoratori che avevano necessità di uscire dal mondo del lavoro – soprattutto a quelli occupati in lavori pesanti o con necessità di tipo familiare – e che si sono ritrovati con i requisiti giusti, di poter ottenere la pensione senza attendere un’età avanzata, pur rinunciando ad un importo più elevato.

Certo, la fine di “Quota 100” lascerà in eredità un enorme scalino, a partire dal 2022. Senza ulteriori riforme, molti lavoratori, magari a causa di una data di nascita solo di pochi giorni successiva a quella di chi ha potuto avere accesso a questa misura, non avranno raggiunto in tempo la fatidica quota e dovranno aspettare quasi cinque anni per ottenere la pensione, a 67 anni di età o con 42 anni e 10 mesi di contributi.
Occorrerà quindi risolvere i problemi di equità che la misura ha creato e introdurre nel mercato del lavoro una flessibilità in uscita che sia sostenibile, studiando misure e correttivi, molti dei quali già ipotizzati e allo studio del Governo.

Anche in previsione della necessità di fronteggiare i possibili esuberi e licenziamenti post crisi-Covid, è possibile che vengano potenziate alcune misure previdenziali già esistenti, come il “contratto di espansione” (che prevede, con determinati criteri, un’uscita con uno sconto di 5 anni rispetto alla pensione ordinaria), la cui applicazione potrebbe essere estesa anche alle aziende con meno di 250 dipendenti e che potrebbe costituire un atterraggio morbido per molte aziende e molti lavoratori.

Ma “Quota 100” c’è ancora e sarà ancora applicabile a tutti coloro che matureranno i requisiti richiesti entro la fine di quest’anno. Quindi: “ultima chiamata” per i lavoratori interessati che abbiano i requisiti e che non intendano esporsi alle incertezze di un futuro previdenziale ancora tutto da scrivere.

Gli Uffici 50&PiùEnasco, presenti su tutto il territorio nazionale, possono fornire ai lavoratori interessati tutte le valutazioni e le informazioni, verificando il diritto e la convenienza di “Quota 100” e potranno effettuare la presentazione della relativa domanda.

Torna su