Aumentare la crescita economica

Una grande strategia per il nostro Paese

4 Giugno 2020

Occorre uno sforzo per riattivare il motore della crescita. Abbiamo bisogno di risorse pubbliche e private, in Italia e soprattutto in Europa

di Gianni Tel

 

Il Decreto “Rilancia Italia” emanato recentemente dal governo, prevede il “rilancio” del Paese ed interviene in tutte le situazioni di sofferenza. Dopo la possibilità di indebitamento garantita dalla Banca Centrale Europea (B.C.E.) e la sospensione del patto di stabilità, sta prevalendo l’idea che l’Unione Europea possa superare la crisi solo agendo in modo coordinato.

Ci sono, dunque, tutte le condizioni perché questa tremenda emergenza sanitaria, con il suo tragico carico di vittime, possa fare anche da spinta a recuperare alcuni ritardi del Paese.

Il decreto, però, non ha indicato le priorità. Ogni misura si affianca all’altra nel tentativo di creare un “ombrello” sotto il quale chiunque possa sentirsi aiutato. Ma l’“Italia del Futuro” non può e non deve essere quella dei redditi di emergenza e di cittadinanza.

La coesione del Paese fa oggi tutt’uno con la coesione dell’Europa. Coesione sociale ma anche economica. Occorre uno sforzo per riattivare il motore della crescita, presupposto per salvaguardare e rilanciare il modello sociale. Abbiamo bisogno di risorse pubbliche e private, in Italia e soprattutto in Europa, dove molte cose stanno cambiando.

L’Italia ha fatto riforme importanti in questi anni, ha messo in sicurezza il sistema pensionistico con enormi sacrifici per i pensionati, e tagliato come pochi altri la spesa pubblica.

Dobbiamo considerare anche che il maggior cambiamento che dovrà avvenire in Europa sarà quello demografico.

Secondo stime della Commissione Europea, entro il 2020 gli over 65 saranno il 20% della popolazione.

In Italia, nei prossimi 15 anni, passeranno dal 22% al 26% della popolazione. La longevità è una delle maggiori conquiste dell’età contemporanea, ma per preservarla sono necessarie alcune fondamentali condizioni:

  • redditi pensionistici adeguati;
  • servizi socio-assistenziali compatibili con le nuove esigenze degli anziani e delle famiglie;
  • coesione socio-economica;
  • solido patto fra generazioni: abbandonando l’idea che togliendo diritti a chi oggi è anziano si aiutano i giovani.

Costruire un ambiente favorevole e amico delle persone anziane (age friendly) deve essere un obbiettivo dell’Europa 2020 e di tutti gli Stati Membri, compresa l’Italia. Tutti gli attori: Istituzioni, Associazioni di rappresentanza, Associazioni di volontariato e singoli cittadini devono insieme implementare politiche attive per la longevità e per l’inclusione sociale, un nuovo welfare pubblico-privato che tenga conto dei bisogni reali delle persone e delle famiglie più disagiate con problemi socioassistenziali e di non autosufficienza. È necessario impegnarsi per un futuro di raccordo e solidarietà fra generazioni, senza conflitti e spaccature.

È ora che si intervenga nei confronti dei pensionati, riconoscendo il ruolo che hanno avuto ed hanno per la crescita e lo sviluppo del Paese. Spesso, in questi anni di mancata crescita economica, con le loro pensioni e con il lavoro di cura hanno sostenuto figli e nipoti, disoccupati e inoccupati, sostituendosi ad uno Stato sociale insufficiente.

Il Censis ha rilevato che oltre sette milioni di anziani si prendono cura delle famiglie e dei nipoti e offrono loro aiuto economico. Molti di loro si dedicano quotidianamente al volontariato e svolgono un ruolo di servizio sussidiario di cure giornaliere non riconosciuto. Molti sopperiscono a servizi carenti e di fatto svolgono un ruolo di welfare informale. Cosa accadrebbe per il Paese e per le famiglie se gli anziani si fermassero?

ALCUNI SUGGERIMENTI E CONSIDERAZIONI

Il welfare non è un costo insostenibile da tagliare. Soprattutto i servizi sono un investimento per dare risposte alle famiglie e, come già in precedenza, per contribuire a creare nuove occupazioni e anche nuove imprese.

Occorrono investimenti che diano un ritorno in termini di nuovi occupati, minore incidenza del lavoro sommerso e nuove imprese regolari, che si muovano in un mercato regolato a garanzia delle famiglie stesse.

Si può dar vita, nel nostro Paese, come è già successo in altri Paesi europei, a un volano socio-economico con l’economia d’argento (silver economy), cioè filiere territoriali di welfare dove piccole imprese possono diventare protagoniste, offrendo agli anziani servizi organizzati ed efficienti per la casa e le persone.

In un contesto di forte invecchiamento della popolazione, è necessario credere nello sviluppo di un welfare di questo tipo e continuare ad avanzare proposte puntuali e concrete. Al tempo stesso è necessaria una particolare attenzione da parte dei Governi e un maggior coinvolgimento delle associazioni di rappresentanza ai tavoli di concertazione ogni qual volta vengono affrontanti temi che riguardano i pensionati e gli anziani(1).

Gli anziani attivi desiderano ancora dare un forte contributo alla società in una visione di lungo periodo. Secondo il Censis, l’84% giudica positivamente la propria vita, il 48,6% è molto soddisfatto perché fa cose che lo gratificano e il 35,9% è soddisfatto ma vorrebbe fare di più. Tutti, in modo unitario, desiderano contribuire a realizzare un sogno: una società coesa per tutte le età.

Vanno messe in atto politiche che incoraggino le persone con oltre 60 anni a lavorare più a lungo rimuovendo, ad esempio, le tasse che scoraggiano la permanenza nell’ambito lavorativo dopo l’età di pensionamento.

Rispetto agli altri Paesi Ocse, nei servizi di prevenzione l’Italia spende meno di un decimo di quanto spendano Olanda e Germania e presenta la più bassa percentuale di operatori per l’assistenza a lungo termine. Occorre diffondere strumenti a basso costo per la prevenzione delle malattie e promuovere campagne per incrementare le vaccinazioni.

Da alcuni studi – riportati nel 2012 dall’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro – si evince che i lavoratori più anziani sono più dediti al luogo di lavoro, si assentano meno per malattia e rimangono più a lungo nel proprio posto di lavoro. In genere, le competenze, l’esperienza e la maturità dei lavoratori più anziani sono superiori ai possibili problemi, quali l’aumento delle patologie legate all’età.

Non può esserci oggi una legge che impone una scadenza alla vita lavorativa senza preoccuparsi del dopo. Attualmente abbiamo una piramide demografica rovesciata, ma si è anche allungata l’aspettativa di vita. Questi circa 15 anni di vita attiva in più non possono essere vissuti a carico delle generazioni più giovani. Questa generazione di anziani deve avere l’opportunità di sviluppare la propria potenzialità in termini di esperienza di occupazione, di servizi resi nel sociale, nel settore del volontariato. Tutto questo ha bisogno di provvedimenti dedicati a livello legislativo e di organizzazione sociale.

È importante, dunque, cogliere i cambiamenti socio-demografici e fare un’attenta progettazione su più fronti.

(Articolo di Previdenza, tratto da 50&Più – nr. 6 – 2020, pp. 88/89 – Tutti i diritti riservati)